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Inedito
Kurdistan, quando i peshmerga
fanno gli immobiliaristi
C'è
un Iraq dove i rumori delle bombe sono sopraffatti da quelli delle
ruspe. Grattacieli e villette a schiera spuntano come fiori nel
deserto. E 250 studenti si preparano a frequentare la prima università
americana del Paese. È il Kurdistan. La regione dilaniata
dai bombardamenti di Saddam Hussein oggi è la testa di ponte
per la ricostruzione del Paese. Ma il suo sogno di indipendenza,
ancora una volta, è nelle mani degli Stati Uniti.
Peschkot
ha solo 40 anni, ma può già ritenersi un uomo di successo.
Il suo albergo a cinque stelle, un palazzo di vetro che domina la
città di Erbil, nel nord dell'Iraq, è un viavai di
uomini d'affari e militari, diplomatici e funzionari del governo.
Lui, invece, fa su e giù dall'Europa. Un check-up mensile
è la prescrizione medica per i sopravvissuti all'attacco
chimico della campagna di Anfal, nel 1988. Quella con cui Saddam
Hussein tentò di reprimere i sogni di indipendenza del popolo
curdo una volta per tutte: 182mila morti e 1.200 villaggi rasi al
suolo. Peschkot Dezayi, quella notte, si trovava sulle montagne
assieme ai compagni della resistenza armata. Peshmerga si chiamavano,
che in curdo significa "quelli che affrontano la morte".
Mangiavano ciò che la natura donava loro, fumavano pessime
sigarette di contrabbando, dormivano di giorno e camminavano di
notte. Ognuno con una specializzazione diversa. La sua: i razzi,
con cui colpiva l'armata di Saddam da grandi distanze.
La
strada dalle montagne all'Hotel Plaza è passata per un piccolo
commercio di pellicole con l'Iran, poi un negozio di fotografia,
infine un'impresa di costruzioni tutta sua. A spianarla ci hanno
pensato gli Stati Uniti. Che nel 1991 hanno steso la propria ala
protettiva sul Kurdistan, dichiarando la regione No-flight zone
e facendovi convergere ingenti flussi finanziari destinati alla
ricostruzione. Peschkot proprio dagli americani ha ottenuto decine
di appalti: 30 milioni di dollari per campi, scuole e ospedali.
Più che sufficienti a mettere da parte un gruzzoletto per
il suo sogno: costruire un lussuosissimo hotel nel cuore di Erbil.
«Prima ho servito il Paese con la resistenza armata, adesso
partecipo alla sua ricostruzione», dice. Ma se un indomito
peshmerga si trasforma in un immobiliarista di successo, allora
in Kurdistan può succedere di tutto.
I
nuovi milionari
Siamo in Iraq. Eppure in questa regione del nord - autonoma dal
1991 e dotatasi progressivamente di inno, bandiera, parlamento e
sedicente nazionale di calcio - non circolano mezzi militari dell'Us
Force, ma limousine cariche di uomini d'affari. All'aeroporto internazionale
di Erbil non atterrano aerei militari, ma voli di linea dell'Austrian
Airlines, che collegano il Kurdistan alle principali città
europee. E la sera, nessun coprifuoco svuota le vie delle città:
gli abitanti di Erbil, Sulaymaniyah e Duhok, i tre capoluoghi di
provincia, si ritrovano per una passeggiata al centro commerciale,
una partita allo stadio o un giro al luna park, tra auto-scontro,
seggiolini volanti e popcorn.
I
blocchi di cemento che circondano gli edifici ministeriali e gli
alberghi internazionali ci ricordano che siamo in un Paese in guerra.
Ma gli artisti ingaggiati dal Governo regionale li hanno ricoperti
di murales. Sicché queste barriere oggi non testimoniano
la paura di attentati, bensì le tradizioni e le leggende
di un popolo che da 80 anni lotta per l'autodeterminazione e adesso
ci è arrivato più vicino che mai.
A
maggio scorso, un camion bomba davanti al Ministero dell'Interno
di Erbil ha ucciso 15 persone, dimostrando che nessun luogo, in
Iraq, è al sicuro dalla violenza. Tantomeno questa capitale
della regione autonoma del Kurdistan, a 350 chilometri da Baghdad.
Ma presto, i rumori delle bombe sono stati sopraffatti da quelli
delle ruspe. Grattacieli, villette a schiera e alberghi spuntano
come fiori nel deserto. Il cielo brulica di gru. E sulle strade,
enormi cartelloni pubblicitari vendono sogni chiamati Italian City,
English Village, Empire, Dream City: tutti complessi residenziali
da oltre 600 abitazioni, vendute a un prezzo compreso tra i 150mila
e i 700mila dollari.
Fino
a due anni fa, il suk di Erbil era il cuore finanziario della regione.
Oggi i businessman possono scegliere tra 15 banche nuove di zecca.
Indispensabili per un popolo che si arricchisce a un ritmo spaventoso:
a Erbil 84 persone dichiarano più di 60 milioni di dollari.
A Sulaymaniyah i milionari sono 50, mentre a Duhok 24. Per questi
nuovi ricchi ci vogliono auto adeguate. Possibilmente Suv, la versione
cittadina dei 4x4 che i peshmerga usavano sulle montagne: «Ne
ho venduti 500 solo nel 2006», dice Hunar Majeed, manager
dello showroom Cihan Group, l'unico rivenditore Toyota in città.
«Ma vanno forte anche le Chevrolet e le Mercedes».
A
scuola di democrazia
Da settembre, i rampolli della nuova borghesia curda possono studiare
nella prestigiosa Università americana aperta a Sulaymaniyah,
la sesta nel mondo arabo: 10mila dollari l'anno per un'alta formazione
in inglese, economia, pubblica amministrazione, scienze politiche
e information technology. «Tutte materie fondamentali per
il futuro dell'Iraq», dice il rettore Owen Cargol. «A
cui si aggiungono lezioni di filosofia e politica occidentale, nonché
i fondamenti della democrazia americana. Da queste aule, ne sono
sicuro, uscirà la nuova leadership del Kurdistan e dell'Iraq».
L'investimento di 10 milioni di dollari è stato sostenuto
dai governi Usa, curdo, iracheno, italiano, oltre che da innumerevoli
donatori. «Ed è solo il primo dei tre campus in progetto:
gli altri saranno realizzati a Baghdad e Bassora», continua
il rettore. «Abbiamo scelto di cominciare da Sulaymaniyah
perché si trova nella regione più pacifica ma anche
più strategica dell'Iraq: potrebbe attirare studenti turchi,
siriani, azeri e iraniani».
Vacanze
irachene
Le condizioni ci sono tutte, insomma, perché il Kurdistan
reclami anche la propria fetta di turismo internazionale. O almeno
così la pensa il Governo regionale, che con lo slogan "L'altro
Iraq" vende a investitori e tour operator la relativa stabilità
della regione (dal 2003 né un militare ucciso né un
occidentale rapito), nonché le splendide montagne, i siti
archeologici, i luoghi culturali e religiosi. Ma a parte qualche
sporadica eccezione, gli unici turisti che popolano gli alberghi
di Shaqlava o che visitano le cascate di Bakhal sono iracheni del
sud in cerca di svago dalle bombe. Hazem Kurda, però, non
dispera. Quest'uomo emigrato in Svezia vent'anni fa e tutt'ora residente
nel Paese scandinavo, come migliaia di altri curdi della diaspora
non ha mancato l'appuntamento con la ricostruzione del suo Paese.
Così, alla caduta di Saddam, nel 2003, ha comprato 400mila
metri quadrati di terra sui monti che sovrastano il suo villaggio
natale, Rawanduz, 50 chilometri a nord di Erbil. Li ha bonificati
dalle mine e ci ha costruito un hotel di lusso, il Pank resort.
Tre milioni ricevuti dal governo curdo, più decine di altri
investiti di tasca propria per realizzare chalet in stile alpino,
piscine, sauna e minigolf. Il tutto in attesa dei primi turisti
occidentali. «Noi curdi siamo stati peshmerga per troppo tempo»,
dice. «Adesso dobbiamo costruire il nostro Paese, investire».
Sete
di energia e fame di agricoltura
La domanda è: di quali investimenti ha bisogno il Kurdistan?
«Strade, scuole, ospedali: qui c'è solo l'imbarazzo
della scelta», risponde Herish Muharam Muhamad, responsabile
dell'agenzia degli investimenti del Governo regionale. Eppure una
priorità esiste. E si chiama energia. Oggi, i chilowatt importati
dalla Turchia e dall'Iran, assieme a quelli prodotti dall'unica
centrale curda, assicurano solo 2 ore di corrente elettrica al giorno
d'inverno e 14 d'estate. Al resto ci pensano i generatori presenti
in ogni edificio e agglomerato di case. Ma chi si azzarda a investire
in dighe e centrali elettriche in un Paese ancora dilaniato dalla
guerra? «Il futuro del Kurdistan dipende da quello dell'Iraq»,
dice l'imprenditore Salam Bradosti, presidente del Zozik Group.
«Non si può pensare a una centrale elettrica se prima
non c'è la pace. E non ci si può aspettare che le
grandi compagnie petrolifere vengano a estrarre gas o petrolio,
prima che la situazione si stabilizzi».
Ma
anche qualora si risolvesse il problema energetico, «noi non
possiamo bere elettricità e mangiare petrolio», dice
Hazem Kurda, proprietario del Pank Resort. «Nella fertile
Mesopotamia ormai non cresce neppure un pomodoro. E nella terra
dove è nata la birra, oggi non se ne fabbrica neanche una
lattina. Prima di tutto il resto, forse dovremmo rimettere in piedi
l'agricoltura e avviare l'industria». Peter Gruschka, attivista
olandese di un ong curda, è d'accordo: «Ogni giorno
in Kurdistan apre i battenti un nuovo supermarket, ma sfido chiunque
a trovarci dentro un prodotto made in Iraq. Lo yogurt arriva dall'Iran.
L'olio, il burro, la maionese, il ketchup e la pasta dalla Turchia.
Gli abiti, incluso il vestito tipico curdo, dalla Cina». L'attività
agricola è stata penalizzata della siccità che ormai
da anni colpisce il Medioriente. Ma anche dal perverso meccanismo
innescato dalla risoluzione 986 dell'Onu, meglio nota come Oil for
food: la distribuzione di cibo importato dall'Occidente, in cambio
di petrolio iracheno, ha definitivamente distrutto quella che un
tempo era la principale attività economica del Kurdistan.
La
febbre del mattone
Eppure i numeri parlano chiaro: nell'ultimo anno, ben 4 miliardi
di dollari sono stati investiti in progetti di sviluppo per la regione.
Dove sono finiti? «Nell'edilizia: è questo, per il
momento, l'unico business che funziona in Kurdistan», dice
Herish Muhamad. «Chiunque può presentare al governo
un progetto: in caso di approvazione, secondo la nuova legge sugli
investimenti, riceverà gratuitamente gli ettari di terra
su cui realizzarlo», dice Jack el Boustany, project manager
libanese del complesso residenziale Empire. Ecco spiegati, dunque,
i tanti recinti che racchiudono il nulla. Erbil ne è piena.
«Si tratta di aree dove presto sorgeranno case o uffici. Il
suolo è gratis, ma prima di iniziare a costruire, si aspetta
di vendere una certa quantità di immobili sulla parola».
Fino a oggi, solo poche opere sono state portate a termine. Tra
queste, le torri di Naz City: 14 blocchi di cemento, 350 appartamenti
in tutto, che hanno modificato lo skyline della città.
Nonostante
il boom edilizio, il tasso di disoccupazione nella regione resta
alto. Il motivo è semplice: gli imprenditori preferiscono
far lavorare gli operai arrivati apposta da Bangladesh, India ed
Etiopia, piuttosto che i locali. «Costano la metà di
un curdo: 10 dollari al giorno invece di 20», continua Jack.
«E poi sono altamente specializzati: molti di loro arrivano
direttamente dai cantieri di Dubai».
Ma
se la massa della popolazione resta povera, chi compra tutte queste
case? La risposta è prevedibile. Tre dei 14 palazzi di Naz
city sono destinati ai funzionari del governo. Così come
un intero piano dell'Hotel plaza è riservato per consoli
e attaché. Che cosa ci si poteva aspettare, in fondo, da
un'amministrazione che dà lavoro al 60 per cento della popolazione
attiva? Un milione e 300mila impiegati, le cui buste paga esauriscono
le uniche entrate del Governo regionale, ossia il 17 per cento degli
introiti petroliferi iracheni. Un sistema clientelare che, in assenza
di una reale economia, assicura uno stipendio statale a ogni famiglia
curda.
Un
popolo di contrabbandieri
Nel frattempo, i flussi finanziari che alimentano il motore-Kurdistan
arrivano principalmente da due sorgenti: il contrabbando e gli Stati
Uniti. Il primo è l'attività tradizionale di questo
popolo di confine: tappeti, sigarette e benzina, fatti passare in
piccola o grande scala attraverso le frontiere iraniane e turche.
Quanto agli Usa, «oggi dobbiamo tutto a loro», dice
Hazem Kurda, «ma non possiamo fidarci: sono capaci di cambiare
politica nel giro di pochi minuti». In fondo è già
successo e i curdi hanno la memoria lunga. Fu proprio l'amministrazione
Ford-Kissinger a incoraggiarli nella ribellione contro Baghdad,
salvo poi abbandonarli cinicamente nel 1975, in balia della vendetta
di Saddam Hussein. Trent'anni prima l'Unione sovietica non si era
comportata meglio con i curdi iraniani: la Repubblica di Mahabad,
nata sotto la sua protezione nel 1946, crollò dopo soli 11
mesi poiché abbandonata dalla superpotenza. Ed è proprio
per bilanciare l'eccessiva dipendenza dagli Stati Uniti che il governo
curdo cerca di potenziare le relazioni commerciali con gli altri
Paesi europei. La nuova legge sugli investimenti è lo strumento
preposto a tal fine, poiché offre agli stranieri la possibilità
di controllare una società locale al 100 per cento e anche
di comprare terreni senza tasse per i successivi 5 anni.
L'incognita
Kirkuk
«Se gli americani sostenessero davvero la causa curda»,
dice l'imprenditore Salam Bradosti, «appoggerebbero l'annessione
di Kirkuk alla nostra regione». Questa provincia, geograficamente
curda ed etnicamente mista, è un forziere di petrolio: da
sola produce 900mila barili al giorno, circa la metà delle
esportazioni irachene. Per un Kurdistan a vocazione agricola, che
oggi dipende dagli introiti petroliferi di Baghdad, Kirkuk sarebbe
la garanzia dell'indipendenza economica. Premessa indispensabile
dell'autonomia politica. «Ma per gli Stati Uniti, il Kurdistan
è solo una piccola e inutile regione», continua Bradosti.
Niente rispetto all'importanza strategica della Turchia. La quale
non disdegna di investire nella regione: delle 600 aziende straniere
registrate in Kurdistan, 350 sono turche. Ma che ha sempre malvisto
la sua autonomia, in quanto contagiosa per la minoranza curda all'interno
dei suoi confini. Il prossimo 15 dicembre, un referendum dovrebbe
decidere in merito all'annessione di Kirkuk: sarà il banco
di prova della politica statunitense, ma anche un verdetto sul futuro
della regione autonoma. Perché il sogno di indipendenza dei
curdi, ancora una volta, è a stelle e a strisce.
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