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Anno I - n. 04
Il canto libero
degli Arberësh
C'è un'Italia dove i preti si sposano,
le strade si chiamano udha e le rock band cantano in una lingua
simile all'albanese. Tra le montagne della Calabria e della
Basilicata, c'è l'Arberia: qui vive un popolo di 100mila
anime.
Agosto
1991. Ventimila profughi albanesi avvistano il porto di Bari
dal ponte della nave Vlora. Sul molo, un uomo li aspetta.
Ha 34 anni, si chiama Angelo Longo e parla albanese. La protezione
civile lo ha accolto come volontario perché faccia
da interprete. Lui è nato in Calabria e l'albanese
l'ha imparato da mamma Giulia, che a sua volta l'ha sentito
da nonna Rosina, e così indietro nel tempo, fino al
XV secolo, quando i primi albanesi approdarono in Italia.
Ora Angelo è di fronte al dramma che da mesi occupa
le pagine dei giornali: migliaia di uomini fuggono dall'Albania
post-comunista, viaggiano ammassati sulle carrette del mare,
afferrano al volo i panini lanciati dagli elicotteri e in
vista del porto si gettano in acqua e proseguono a nuoto.
Per alcuni di loro, Angelo ha in serbo un "regalo"
che non si aspettano. Alla guida di un centinaio di profughi
riparte: attraversano la Puglia, si inerpicano sul versante
lucano del massiccio del Pollino e scollinano in Calabria.
Arrivano a Civita, Lungro, Firmo. Un arcipelago di paesi aggrappati
alle rocce. Qui le strade si chiamano "udha" e in
processione si portano le icone. La gente parla uno strano
idioma che assomiglia all'albanese e i preti si sposano. Ecco
il regalo che Angelo riserba a questi profughi: un pezzo di
Albania in Italia. Isolato e protetto nei secoli da queste
montagne. L'Arberia.
Fine
XV secolo. Centinaia di albanesi approdano in Puglia. Scappano
da un Paese che, città dopo città, capitola
sotto i colpi dell'armata turca. Portano con sé armi,
vestiti e un repertorio orale di rapsodie tramandate di padre
in figlio fino a oggi. Cantano del loro eroe Skanderbeg, il
valoroso condottiero capace di riunire principi e capitani
d'Albania in una lega contro l'esercito ottomano. L'eco delle
sue imprese risuona in tutta l'Europa cristiana: i papi lo
esaltano come "atleta di Cristo", il re di Napoli
gli invia aiuti. Ma nel 1468 Skanderbeg muore di malaria,
portando con sé ogni speranza di respingere l'avanzata
ottomana. Perciò gli albanesi scappano. Ma se vengono
accolti a braccia aperte nel regno di Napoli è ancora
una volta merito di Skanderbeg, [...]
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