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Reportage
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Costa amalfitana - giugno
2005
Vincitore del Premio Furore 2005
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Anno XVIII - n.139
Dolce Furore
Un borgo aggrappato a una forra. Niente piazza
né centro storico: la storia del posto è dipinta sui
muri.
C'è un paese che sta in bilico da secoli senza
mai cadere. Qui i muri sono dipinti, le viti crescono in orizzontale
e la gente ti regala tempo. Ma c'è una domanda che chiunque
arrivi su questa rupe erta sul mare, a cinque chilometri da Amalfi,
non può esimersi dal fare. Perché Furore?
Pino, che sta per Provino, ha l'aria di uno che sa tutte le risposte.
L'acerbità dei suoi trent'anni l'ha riempita di ricordi altrui,
che offre agli ospiti della sua locanda inclusi nel prezzo. "Terra
Furoris", racconta, "è il nome che inventarono
i romani che si rifugiarono su queste montagne, inseguiti dai barbari.
A ispirarlo fu il fragore delle acque del torrente Schiaro che si
gettano nel fiordo, la profonda spaccatura nella costa che è
proprio qui sotto".
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Effetto-sorpresa ottenuto, si affretta
ad aggiungere: "Attorno agli anni Cinquanta le falde che davano
vita al fiume sono state incanalate negli acquedotti, così
il flusso è molto diminuito". Ma il dato tecnico ormai
non smorza le aspettative. Tanto più che una delle vie per
il fiordo porta l'intrigante nome di Sentiero dei pipistrelli impazziti.
Lo imbocco e scendo lungo il versante boscoso dell'orrido. Le rocce
si fanno sempre più lisce, fino a quando assumono la forma
di case color pastello sormontate da piccole volti a botte. Ma di
acque furenti e pipistrelli matti, non resta che il cantilenante scorrere
di un ruscelletto e l'innocuo cinguettio di uccelli.
Mentre razionalizzo l'amenità del luogo, estranea a ogni sorta
di furore, si fa avanti l'"uomo del fiordo", al secolo Pietro
Cavaliere, del fu Michelangelo, onorato pescatore. Oggi è l'unico
abitante di questa lingua di terra. O meglio, lo era. Perché
l'umidità nuoce anche al suo corpo, avvezzo al mare e irrobustito
dal mestiere di muratore. La manutenzione di queste bizzarre case
delle bambole è frutto delle sue mani, abili nell'arte antica
di "battere" il tufo con la calce. "Si chiamano monazzeni",
spiega, "e sono i vecchi magazzini dei pescatori di Furore. Oggi
ospitano associazioni e museo, perché ad andar per mare sono
rimasti in due".
Senza saperlo, Pietro mi riporta sulle tracce del bizzarro nome di
questo paese. "Lo vedi quel monazzeno rosso pastello con su scritto
Villa della Storta?", indica. "Di storto lì dentro
ci sono state per due anni le gambe di Anna Magnani". L'attrice
venne qui per girare il secondo episodio del film L'Amore, diretta
da Roberto Rossellini, con il quale stava vivendo una storia appassionata
nata sul set di "Roma città aperta". Rapita da questo
remoto angolo di costa, comprò la casa e ci visse dal '48 al
'50. "Alla sera, Rossellini andava a pesca con mio padre",
racconta Pietro. "Ed era sempre infuriato perché le ore
di luce al fiordo erano poche per girare e la Magnani si alzava alle
due del pomeriggio".
E se il furore si fosse tramutato in una sorta di maledizione del
fiordo? Anche perché, per la celebre coppia fu del tutto reciproco.
Di questo si ricordano qualche centinaio di metri più su, alla
locanda di Bacco, dove i due erano soliti salire a piedi per gustare
i manicaretti di Donna Letizia. Memorabile fu quella sera in cui la
dolce Nannarella sbatté in faccia a Rossellini un piatto dei
tipici ferrazzuoli che tutt'oggi portano il suo nome (con pomodorini
del piennolo, uvetta, pinoli e rucola). Il motivo? Aveva appena scoperto
uno scambio di telegrammi con un certa Ingrid Bergman. Ma tra le casupole
del fiordo non si consumarono solo ire da rotocalco. Gli anziani raccontano
ancora le urla dei proprietari della cartiera, che nelle sere d'estate
riecheggiavano su in paese. Per i furoresi di collina erano pazzi.
Ma in realtà tentavano solo di spaventare i ladri che venivano
a fare scorte nei loro orticelli, dove il clima fresco faceva durare
gli ortaggi più a lungo.
Certo è che ogni furbizia o collera di troppo veniva debitamente
punita. Perché Furore, ovviando alle lungaggini della giustizia
ufficiale, dispose ben presto di un tribunale speciale: lo Scrivano,
che aveva imparato a leggere e scrivere in seminario, il Sergente,
che era un carabiniere in pensione, e il Giudice, che aveva conquistato
la fama di uomo di legge per il sol fatto di essere il figlio della
governante di un giudice in pensione. L'aula in cui si riunivano porta
tutt'oggi il toponimo La Corte ed è uno slargo con un muretto
a secco. Le pene comminate andavano dai lavori forzati (una o due
giornate di zappatura) alla reclusione (in un porcile vicino alla
corte).
Oggi la giustizia ha dovuto adattarsi alle regole ufficiali. Ma ci
sono tante cose a Furore che girano ancora in maniera strana. L'indice
demografico, per esempio. Prendiamo la media italiana del calo delle
nascite, aggiungiamoci lo spopolamento dei centri minori e avremo
un quadro del tutto inverso rispetto a quello che succede a Furore.
Qui negli ultimi vent'anni la popolazione è cresciuta di 200
abitanti, che su un totale di 700 anime è una gran bella cifra.
Ed è destinata ad aumentare, visto che i giovani da Furore
non hanno nessuna intenzione di andarsene. Fa niente che non ci sia
un'edicola, un cinema, un barbiere. L'importante è aver la
certezza di trovare l'amore all'interno della comunità stessa.
Che è come una grande famiglia. In senso genetico oltre che
metaforico.
E che dire della politica? Campagne elettorali e giochi di potere
a Furore sono concetti arcani. Il loro sindaco, quello con la S maiuscola,
dopo 24 anni di premiata attività ha dovuto lasciare la poltrona
l'anno scorso, per sopraggiunto impedimento di legge alla sua rielezione.
Ma per i furoresi è ancora il Capo. Raffaele Ferraioli è
stato l'artefice della trasformazione di Furore. "Questo è
un paese che non c'è", dice. "Non ha una piazza,
non ha un centro: rischi di passarci e di non accorgerti neppure che
esiste. Così intorno agli anni Ottanta lanciai questa idea:
perché non prendere le nostre storie e sbatterle sui muri,
in faccia a chi passa?". Ed ecco spiegato l'arcano del paese
dipinto. Ogni anno in settembre arrivano artisti da tutta Italia,
ma anche da Germania, Polonia, Francia, persino dalla Cina, per colorare
i muri delle case e delle strade di Furore.
Anche la natura, qui, segue regole tutte sue. Prendiamo la vigna.
A renderla unica non è tanto il fatto che cresca dalle pareti,
permettendo di coltivarci sotto anche l'orto. Quanto il clima di questo
angolo di costa, tale da impedire alla filossera di colpire la pianta,
rendendone necessario l'innesto su piede americano. Tutt'oggi i cento
vignaioli di Furore coltivano la vigna con il piede autoctono. E rigorosamente
a mano. "Non per arretratezza, ma perché in questi fazzoletti
di terra sospesi in aria non riescono a entrare neppure gli animali
da soma, figuriamoci le macchine", spiega Andrea Ferraioli. Il
quale, insieme con la moglie Marisa Cuomo, acquista le uve di 29 piccoli
produttori furoresi, per vinificare i bianchi e rossi della Cantine
Gran Furor: 35mila bottiglie che hanno ottenuto il marchio Doc e che
- è proprio il caso di dirlo - fanno furore tra gli intenditori
di tutta Italia. Nati, cresciuti e innamoratisi tra le stradine di
Furore, Andrea a Marisa girano per tutta Italia in qualità
di ambasciatori di questo nettare. Ma è nel loro paese che
tutte le volte vogliono tornare. Perché, come recita uno dei
muri dipinti: "A Furore persino i pesci sono felici".
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