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Anno II - n. 20
Istanbul, la doppia vita della
signora del Bosforo
A
ovest, la giornata scandita dai ritmi delle moschee. A est,
l'anima cosmopolita forgiata dalle numerose minoranze etnico-religiose.
Viaggio nelle due anime della città.
La
tunica nera di padre Dositheos guizza tra i vicoli di Fatih,
un quartiere nel cuore antico di Istanbul, e scompare dietro
le mura di un palazzo di pietra. Non ha tempo da perdere l'anziano
sacerdote: c'è un patriarcato da mandare avanti. Certo,
il gregge qui a Fatih è piuttosto esiguo: 80 fedeli
in tutto. Ma altri 13 milioni e 500mila greci-ortodossi, nel
mondo, guardano a questo palazzo come al loro Vaticano, eredità
dell'antico impero romano d'Oriente. E non bisogna deluderli.
Dositheos è tornato a Istanbul nel 2003 proprio per
questo. "Abbiamo pochi preti", gli ripeteva il patriarca
Bartolomeo I. Così lui, dopo trent'anni in Germania
come biologo per una casa farmaceutica, ha indossato la lunga
veste e l'alto copricapo. Oggi, dalle finestre del patriarcato,
guarda com'è cambiata la sua città. Nel 1923,
quando il generale Mustafa Kemal Ataturk decreta la morte
dell'impero ottomano e la nascita della nuova Repubblica turca,
Istanbul è una metropoli di un milione di abitanti.
Turchi, russi, genovesi, balcani, serbi, armeni, greci, curdi:
uno su tre professa una religione diversa dall'islam. Entrare
a far parte dell'Europa non è in questione, perché
qui l'Europa c'è tutta, racchiusa in una città.
Oggi, quella Istanbul chiamata Alem Penah (rifugio del mondo)
non esiste più. Al suo posto c'è un gigante
tentacolare che accoglie dieci milioni di abitanti, di cui
solo l'1 per cento crede a un dio diverso da Allah. Una percentuale
che rispecchia il resto della Turchia: islamica per il 99,8
per cento. Più del vicino Iraq, della Siria e del Libano.
Eppure è anche l'unico Paese dove la legge dello Stato
vieta di entrare in qualsiasi luogo pubblico con il velo o
altri simboli religiosi. Un paradosso che oggi scende in piazza,
quando milioni di turchi manifestano per difendere la laicità
posta da Ataturk a pilastro dell'identità nazionale.
Ma si scontrano con la crescente islamizzazione del Paese.
Testimoniata da un premier, Tayyp Erdogan, musulmano devoto.
Che è stato in carcere con l'accusa di incitamento
all'odio religioso e che ha mandato le figlie a studiare negli
Stati Uniti, perché potessero sfoggiare il velo anche
nei corridoi dell'università. Dall'esito dello scontro
in corso tra laici e islamici (amplificato dalle elezioni
del 22 luglio) dipenderà il futuro della Turchia.
Che
fine ha fatto la Istanbul cosmopolita di un tempo? Per scoprirlo
siamo a Fatih, uno dei quartieri più antichi della
città, sulla sponda meridionale del Corno d'Oro. Qui
la storia di quel cosmopolitismo è stata scritta, fin
da quando, nel 1453, il musulmano Maometto II espugna Costantinopoli:
la battezza Istanbul, ma la lascia capitale della cristianità
d'Oriente, concedendo la libertà di culto. Da allora,
sotto l'ala protettiva di Allah, i greci-ortodossi prosperano,
diventano colti, ricchi, potenti. Nel 1923, nella sola Istanbul
sono 150mila. Oggi se ne contano a malapena 4mila, dei quali
80 qui a Fatih. "Tutti anziani, poveri e nostalgici",
racconta padre Dositheos. "Le chiese sono aperte a domeniche
alterne, i preti vi dicono messa a rotazione. Il seminario,
invece, chiuso nel 1971, non è mai più tornato
in funzione. E Bartolomeo I, per il governo turco, è
il leader di una parrocchia, non certo il patriarca ecumenico
dell'ortodossia mondiale". [...]
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