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Anno II - n. 23
Iran, nuovo
cinema Ayatollah
Un
esercito di 90mila cineasti. Una produzione di 100 film all'anno.
Chilometri di coda ai botteghini fino a notte fonda. Nel Paese
che imbavaglia i giornali e demonizza la musica, il cinema
è la forma di espressione più diffusa. Un'arte
finanziata dal petrolio. Ma che ha imparato a fare i conti
con il regime. Per trovare i propri spazi di libertà.
«Il
cinema è uno strumento di Dio. La via migliore per
trasmettere al popolo il suo messaggio». Gli occhiali
da sole, la barba lunga, il cappello calato sulla fronte,
il volto severo. Davud Mirbaqeri è il regista preferito
dagli ayatollah, un asceta della macchina da presa. Ma questo
non gli impedisce di aggiungere: «La religione di cui
parlo è il vero volto dell'islam: un fatto privato
che non dovrebbe mescolarsi alla politica, come succede in
Iran». Poi si volta e urla: «Durbiiiin...
(camera) Sedoo... (suono) Harekat! (azione)».
Il
segnale si propaga su una distesa di terra bruciata, sulle
palme da datteri che sfidano il cielo e sulle mine antiuomo
che in cielo ci mandano ancora qualcuno. Siamo ad Abadan,
una città sul Golfo Persico martellata dai bombardieri
iracheni durante la guerra del 1980-1988. Oggi è il
set di Mokhtar-nameh, film su un eroe del passato,
ma anche la più grande produzione cinematografica iraniana:
quattro anni di riprese per un serial tv di 40 puntate destinato
anche al grande schermo. Quel Mokhtar che oggi dà lavoro
a 200 attori e 1.500 tecnici, nell'ottavo secolo fu il leader
della grande rivolta del popolo sciita contro il martirio
di Hossein, nipote di Maometto. Il messaggio che lancia al
popolo iraniano? «Mokhtar è un grande politico
perché, fatta la rivoluzione, sceglie la via della
moderazione», dice il regista Mirbaqeri. «Il radicalismo»,
scandisce lentamente, «porta incontro alla morte».
Parla di un uomo vissuto secoli fa, ma la durezza della sua
voce tradisce l'allusione a un presidente, Mahmoud Ahmadinejad,
che grida morte a Israele. Che chiude l'ultimo giornale riformista
pubblicato in Iran e riesuma le umilianti fustigazioni in
piazza. Eppure, in questo Iran, c'è una storia ancora
tutta da raccontare. Protagonisti sono uomini e donne come
Davud Mirbaqeri, ricoperti d'oro dalla Repubblica islamica,
ma liberi di incidere il proprio pensiero su una pellicola.
La terra franca in cui vivono si chiama cinema: una delle
forme di espressione più feconde e indipendenti di
questo popolo.
Nel
2006, l'Iran ha prodotto 100 film, 200 serial tv, 2.400 tra
corti e documentari. Da anni, è la prima industria
cinematografica del Medioriente e dell'Africa. La settima
del mondo intero. Un dato bizzarro per uno Stato islamico
che, in quanto tale, scoraggia la rappresentazione dell'immagine
umana. Figlio di una Rivoluzione che come primo atto incendiò
180 sale cinematografiche e tante ne trasformò in prigioni
o magazzini agricoli. E che tuonava contro Hollywood: «O
il cinema o il paradiso». Ebbene, l'Iran si è
preso tutti e due. [...]
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