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Anno I - n.7
Storia dell'uomo
che fermò il deserto
Yacouba
Sawadogo 30 anni fa riesumò un'antica tecnica agraria
chiamata zaï.
E insegnò a far crescere il miglio
sulla crosta arida e dura del Sahel
Sono
le sei del pomeriggio. A Ouaygouya è l'ora del tamtam.
Lo speaker della radio La voce del contadino legge
i comunicati: «Due buoi sono stati smarriti a Kongussi.
Il capo delle terre di Ninigui è morto. Due giornalisti
italiani cercano Yacouba Sawadogo: domattina alle nove saranno
al villaggio di Gourga». Il tamtam è partito.
Dalla città a nord del Burkina Faso, si propaga in
un orizzonte di cespugli spinosi e alberi sparsi chiamato
brousse, fino a un raggio di 70 chilometri. «A quest'ora
gli uomini tornano a casa in bicicletta, con la radio appesa
al collo», ci rassicura lo speaker. «Dormite sonni
tranquilli, domani Yacouba vi attende al villaggio».
L'oscura magia di quel meccanismo dipinge sui nostri occhi
un'espressione perplessa. Ma non c'è altra possibilità:
bisogna fidarsi. L'indomani non ce ne saremmo pentiti. Alle
nove in punto, quando la nostra jeep si accosta alle prime
capanne del villaggio di Gourga, cinque chilometri a nord
di Ouaygouya, un uomo sui sessant'anni, alto e magro, ci aspetta
sotto un gazebo di steli di miglio. Indossa un lungo vestito
verde che svolazza al vento dell'harmattan, un kefti
sulla testa, gli occhiali da sole scuri. Yacouba Sawadogo
non si spreca in cerimonie. Sale sulla moto e ci fa segno
di seguirlo. Dopo un paio di chilometri, davanti ai nostri
occhi si apre uno spettacolo inatteso.
Un confine immaginario taglia in due l'orizzonte. Sulla sinistra,
una foresta rigogliosa, verde, intricata. Tamarindi, baobab,
caïlcedra, karitier e acacie a perdita d'occhio. Sulla
destra, una distesa di terra rossa, dura, arida. Un vuoto
infinito, interrotto solo dal maestoso scheletro di un tamarindo:
«Ho voluto che rimanesse in piedi come ricordo di ciò
che era questa terra 30 anni fa», dice Yacouba in moré,
lingua dell'etnia mossi. «Non aveva piovuto per lungo
tempo e la terra era morta: né formiche, né
rametti, solo pietrisco e un cimitero di alberi come questo
tamarindo. Fu così che feci il bosco», dice,
volgendo lo sguardo dall'altra parte del confine. Il miracolo
di cui si favoleggia da un capo all'altro della brousse è
davanti ai nostri occhi. Vorrei chiedergli la storia di quel
bosco, ma Yacouba non me ne lascia il tempo. Rimonta sulla
moto e si dirige al villaggio. Lo seguiamo lungo la pista
di terra rossa. [...]
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