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Anno I - n.10
A occhi chiusi sul mondo
Nel
villaggio di Gifumba il miracolo è arrivato in jeep.
Il parroco lo annuncia una domenica mattina, in chiesa. E
la signora Pascasie, che l'ha atteso dieci anni, non crede
alle sue orecchie. In quel paese del Ruanda, nella provincia
di Gitarama, suo figlio François era finito in carcere.
E lei, 66 anni, vedova da quando ne aveva 25, doveva portargli
da mangiare ogni giorno. Fu proprio sui cinque chilometri
di strada che la separavano dalla prigione, che Pascasie vide
appesantirsi il velo che da tempo oscurava i suoi occhi. Un
giorno, François non ricevette il cibo. Fu il giorno
in cui quel velo era divenuto un sipario così spesso
che non lasciava trasparire neppure i punti di riferimento
che Pascasie aveva imparato a riconoscere lungo il cammino.
Cieca.
La stessa maledizione aveva colpito due sue amiche, Marie
e Adissa. Ma loro una mattina erano partite per Kabgayi ed
erano tornate guarite. "A Kabgayi i ciechi vedono",
ripetevano a Pascasie. E lei ci credeva, ma chi l'avrebbe
accompagnata fin laggiù se il suo unico figlio era
in prigione? Nel 2002 François viene liberato, ma prima
di portare sua mamma in città vuole sistemare la casa
e trovarsi una nuova moglie. Passano altri tre anni, fino
a quella domenica di giugno del 2005, quando Pascasie scopre
che il miracolo è venuto a cercarla. A bordo di una
jeep, i guaritori sono arrivati a Gifumba. Su quella stessa
jeep fanno salire Pascasie e la portano a Kabgayi. Lì
si addormenta su un letto duro. Al suo risveglio, la prima
cosa che vede è un uomo biondo in mezzo a tanti volti
neri. Sembra un cherubino del paradiso. Scoppia a ridere e
pensa: ma allora è vero, a Kabgayi i ciechi vedono.
Quell'uomo biondo è Stéphane De Smedt, un oftalmologo
belga che da quattro anni lavora nell'ospedale di Kabgayi
per conto della Missione Cristiana per i Ciechi (Cbm). Di
miracoli, solo l'anno scorso, ne ha fatti 1.600: tante sono
le persone uscite dalla sua sala operatoria che ci vedevano
di nuovo. Da qualche mese, lo affianca un medico italiano:
si chiama Dario De Calice e adesso è lui che porta
i miracoli a domicilio, a bordo di una jeep. "Due settimane
prima del mio arrivo in un villaggio", racconta, "gli
infermieri locali informano le autorità, fanno pubblicità
nelle cappelle, nei mercati, alla radio. Poi, casa per casa,
verificano i casi segnalati". A quel punto, Dario arriva,
scarica le attrezzature dove può - nell'ambulatorio
o nella chiesa - e in una settimana fa anche 150 operazioni
chirurgiche. Poi risale sulla jeep e sparisce all'orizzonte.
I pazienti con le patologie più gravi vanno via con
lui: saranno operati nell'ospedale di Kabgayi. [...]
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